14 / 04 / 2020
Domenica di Pasqua
Alleluia!!!
Il Signore ci doni di comprendere che nella nostra vita ogni giorno è Pasqua! Viviamo immersi nella Resurrezione di Gesù che è per sempre! Festeggiare la Pasqua è come ricordare a noi stessi che siamo Vivi, che respiriamo!!
Auguro a tutti noi di custodire la consapevolezza di essere già nella Vita, di essere già in Dio!
Oggi fermati qualche minuto in silenzio davanti ad una candela accesa ed esprimi la tua commossa gratitudine a Dio! Insieme ai santi viviamo lo stupore per l'amore infinito con cui la Trinità ci ama. Come possono amarci così tanto, noi che non abbiamo nulla di amabile se non l'amore col quale siamo guardati da Dio? È un mistero ma è l'essenza di Dio: Amore. Che non può non amare. Che ama senza meriti dell'amato. Lui eternamente amante, noi eternamente amati. Solo questo Amore ci salva. Ci ha salvato.
Grazie!! Infinitamente grazie!!
Daniela
PASQUA DI RESURREZIONE
“Quella notte io passerò per il paese d’Egitto e percuoterò ogni primogenito nel paese d’Egitto, dall’uomo alla bestia, e di tutti gli dèi d’Egitto farò giustizia io, il Signore. Il sangue vi servirà di segno sulle case dove sarete: quando vedrò il sangue passerò oltre; e non vi sarà su di voi piaga per distruggervi, quando percuoterò il paese d’Egitto” (Esodo, 12, 12-13).
“Ora, nel primo giorno degli azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù, dicendo: Egli rispose: Matteo, 26, 17-18).
Tutto deve compiersi secondo le Scritture: ma come può compiersi secondo le Scritture quello che nelle Scritture è solo un grido, il grido di Giona? “Dalla mia angoscia invocai / il Signore ed egli m’ha risposto; / dal profondo dello Sceòl gridai, / tu ascoltasti la mia voce” (Giona, 2, 3).
Giona aveva ricevuto dal Signore il comando di “gridare contro” la popolazione di Ninive, “perché la loro malvagità” era salita fino a Lui (Id., 1, 1-2). Ma Giona era fuggito il più lontano che poteva, imbarcandosi su una nave diretta a Tarsis. Quando la nave si trovava già in alto mare scoppiò una terribile tempesta, di cui Giona non si accorse, perché era andato a dormire nella stiva (cfr. Matteo, 8, 24). Il capitano lo rimprovera, chiedendogli di unirsi alla preghiera di tutto l’equipaggio, per impetrare salvezza dall’alto. Giona non tiene nascosto il motivo della sua fuga e si offre di essere gettato in mare perché l’ira divina sia placata. Egli aveva disobbedito a Dio perché non voleva essere un profeta di sventura, anche se dall’efficacia della sua predicazione sarebbe dipesa la salvezza di una grande città. Egli odiava quella popolazione, o almeno non la amava a tal punto da metterla in guardia dall’ira divina, così come gli era stato ordinato. Gesù non Si è comportato così, anzi: ha accettato di buon grado l’invito del Padre, o piuttosto Si è offerto Egli stesso spontaneamente per espiare le colpe dell’umanità. Ma neanche il prossimo di Giona si comporta come il prossimo di Gesù. Mentre infatti la folla di Gerusalemme gridava a squarciagola: “Il suo sangue su di noi e sui nostri figli!” (Matteo, 27, 25), l’equipaggio della nave pregava il suo Signore: “Non far ricadere su di noi del sangue innocente!” (Giona, 1, 14). Gesù chiedeva di essere liberato, e il Suo prossimo voleva metterLo a morte, perfino al prezzo di una maledizione eterna. Giona chiedeva di essere sacrificato, e il suo prossimo non lo voleva fare, neanche a rischio della propria vita. Eppure Gesù aveva scelto liberamente di sacrificarSi per il Suo popolo, e lo stava appunto facendo. Invece Giona si trovava nella condizione di chiedere di morire, e sia pure per salvare il suo prossimo, dopo essersi rifiutato di sottoporsi al sacrificio, al confronto molto più lieve, di ammonire la popolazione di Ninive. Gesù aveva interpretato per il Suo popolo tutti i segni, ma ora il Suo popolo Lo cancellava, come un segno di Dio, che non significava Dio, ma soltanto Se stesso. Giona si era rifiutato di essere un segno di Dio, ed ora, forse pentito, o semplicemente preoccupato per la salvezza dell’equipaggio, chiede di essere cancellato come il non-segno che è ormai divenuto. Ma proprio così, inopinatamente, egli ridiventa un segno di Dio, e come tale Dio lo preserva soprannaturalmente dalla morte a cui era naturalmente destinato: “E il Signore dispose che un gran pesce inghiottisse Giona; così per tre giorni e tre notti stette Giona nel ventre del pesce” (Id., 1, 2).
Ma qual è il significato del segno di Giona?
Il peccato originale aveva impresso il segno della morte su tutta la creazione. Gesù è venuto “nella pienezza del tempo” (cfr. Galati, 4, 4) per dare a quel segno il significato della vita. I Suoi contemporanei lo hanno messo a morte perché non hanno riconosciuto il significato della vita che qualunque cosa, perfino la morte, poteva assumere, grazie alla Sua presenza fra loro. Essi chiedevano da Lui un segno, e questo segno venne, e fu la Sua croce. Ma il significato di questo segno era nuovamente la vita, ed una vita eterna, nella quale la morte non avrebbe più potuto essere significata, neanche dalla morte.
“Allora il Signore comandò al pesce ed esso rigettò Giona sulla terraferma” (Id., 2, 11).
Ora quel segno – il segno di una morte che si trasforma in vita – protegge le nostre case, fortifica i nostri cuori, sostiene i nostri progetti: “Farò da te la Pasqua” (Matteo, 26, 18). Le nostre case, le cui architravi sono cosparse del Sangue dell’Agnello, Ne sono protette per sempre, e nessuna piaga, neanche la più meritata, potrà più abbattersi su di esse: “Dalle sue piaghe siete stati guariti” (Isaia, 53, 5). Ora le piaghe, che la Storia non può né cancellare né ignorare, non solo non danno più la morte, ma danno addirittura la vita. Ora il male non viene più per nuocere, ma per giovare. “Quando vedrò il sangue, passerò oltre” (Esodo, 12, 13): è il pesàc, il “salto” del Signore. Anche noi, dalla Resurrezione, siamo invitati a compiere questo salto, questo pesàc: questa Pasqua. Senza Gesù, questa reinterpretazione e questo superamento del male non sarebbero possibili. Entrando nella morte (Venerdì), e scavandola fino alle sue radici (Sabato), Egli ha tolto al male la sua base d’appoggio, così che questo è franato su se stesso: “… la terra fu scossa e le rocce si spaccarono, i sepolcri si aprirono…” (Matteo, 28, 18-20). L’indebolimento del male ha tolto a sua volta forza alla morte, perché “pungiglione della morte è il peccato” (1Corinzi, 15, 16), e senza peccato, la morte stessa è resa inoffensiva (non si è spinto forse san Francesco a chiamarla “nostra sorella”?).
Così appare, il Risorto, dopo aver conosciuto la morte e dimenticato il male, per invitarci a fare altrettanto: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Matteo, 28, 18-20).
E’ stato notato, dal teologo e cardinale tedesco Karl Lehmann, che in queste ultime parole del Vangelo di Matteo plana sulla Terra la totalità che è universalità e con ciò cattolicità: “… ogni potere; tutti i popoli…; tutto ciò che ho comandato…; tutti i giorni…”
Se infatti il Venerdì, in quanto “impero delle tenebre” (Luca, 22, 53), ha costituito il trionfo del male e della morte, e se il Sabato ci ha fatti entrare nel regno stesso del male e della morte, perché ne potessimo prendere finalmente coscienza, e correre incontro al nostro Salvatore, la Domenica ci fa assistere alla riemersione totale del Bene, o alla totalità della riemersione del Bene. Niente di quello che è stato creato deve andare perso, se non ciò che a tutti i costi vuole esserlo. Con l’Incarnazione, Dio è venuto a riprendere possesso di ciò che era Suo: l’intero creato, senza eccezioni: “…tutti i popoli; tutti i giorni…”. Per questo ogni Apparizione del Risorto si risolve nel conferimento di una missione: “In queste apparizioni il Signore allena i suoi discepoli al definitivo servizio della fede” (Karl Lehmann, Passione, morte e risurrezione, pag. 96). In Chi abbiamo fede, infatti, se non nel Risorto? E Chi è, il Risorto, se non Colui che vuole celebrare, insieme ai Suoi discepoli, la Sua Pasqua con noi (cfr. Matteo, 26, 18)? “Come il Padre ha mandato me, così io mando voi” (Giovanni, 20, 21). Per dirci queste parole, per conferirci questa missione, egli ha sostato ancora 40 giorni in mezzo a noi, inondando così di grazia e di verità quello stesso deserto nel quale aveva sostato, all’inizio della Sua Missione, per assaporare fin da subito il calice che Lo attendeva. Così anche noi, oggi, dopo 40 giorni di digiuno, possiamo finalmente mangiare l’agnello pasquale, amen.
Carlo
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