I verbi di Dio

14 / 11 / 2014

I verbi di Dio

[html]

Cari amici, bentrovati a tutti!
 
Questo mese di Novembre si presenta molto ricco di appuntamenti, alcuni già vissuti, molti altri prossimi. Per ricordarli cliccate sulle stelline rosse del calendario in home page del sito. In fondo alla news troverete tutti i dettagli, le date,  e la Meditazione Lauretana di Carlo dell’incontro di mercoledì scorso.
 
Come forse avrete notato praticando (spero) da un po’ di tempo la preghiera del cuore, il nostro spirito sta diventando più acuto nel pregare la Parola di Dio; iniziamo a scorgere dettagli che non avevamo notato prima, brani già assai noti ci suggeriscono nuove ispirazioni, non ci fermiamo più alla sola lettera ma iniziamo ad entrare nei sentimenti e nel cuore di Gesù (aiutiamoci con le stelline quotidiane "per pregare" per entrare dentro la Parola!). Volevo condividere con voi una breve riflessione scaturita in questi ultimi giorni dalla lettura di due brani del Vangelo, apparentemente lontani tra loro, ma accomunati da un particolare al quale non avevo mai fatto caso.
 
I verbi di Dio non sono i nostri. Lui cambia i nostri verbi con i suoi.
 
Ma iniziamo leggendo la Parola:
 
Luca 10, 25-37
 
Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». E Gesù: «Hai risposto bene; fa' questo e vivrai». Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». Gesù riprese:
«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre.  Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va' e anche tu fa' lo stesso». 
 
Il dottore della legge chiede a Gesù cosa deve fare. Pensa ad una o più azioni che abbiano lo scopo di fargli “ereditare” la vita eterna. Già il “fare per ereditare” ci fa pensare ad un poterci guadagnare da noi stessi, con azioni adatte, la vita eterna. Faccio il bene per meritare il Cielo. Tutto è incentrato su di me, sulle mie scelte, sulle mie azioni, e il fine è certo: acquisterò la Vita Eterna con i miei meriti ed i miei sforzi. In poche parole: mi salvo da solo, con le mie buone opere. Nessun bisogno della Grazia divina, nessuna consapevolezza del fatto che non sono io a poter compiere il bene ma è lo Spirito e la Grazia che, unite alla mia docilità e al mio farmi da parte, compiono in me e con me le buone opere che Dio ha predisposto perché io le compissi.
 
Ma non è tanto questo che mi interessa oggi notare, quanto il fatto che Gesù risponde a questo “fare” con l’esempio del samaritano e conclude usando un altro verbo: “chi ti sembra che sia stato il prossimo”.
Dal FARE all’ESSERE.
Sembra un dettaglio…ma andiamo al secondo brano:
 
Matteo 19, 16-17
 
Ed ecco un tale gli si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?».  Egli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». 
 
Anche qui troviamo una domanda per la Vita Eterna. Anche qui l’uomo pensa di dover fare qualcosa per ottenere, il concetto è simile al brano di Luca. Siamo in entrambi i casi nell’ambito di una fede utilitaristica.
Ma c’è dell’altro.
Se penso di fare, e poi in conseguenza, di avere, sono nel campo di atti dove io sono da una parte e le mie azioni (fare, ereditare, ottenere) dall’altra.
I verbi di Gesù sono molto diversi: “essere prossimo” ed  “entrare nella vita”. In questi ultimi verbi entra in gioco tutta la mia persona: non faccio al di fuori, ma mi faccio diverso, entro nell’essere qualcosa di diverso da quello che sono ora; non ottengo la vita ma vi entro dentro, ne faccio parte, essa mi circonda fino a diventare il mio ambiente naturale.
In poche parole Dio ci chiede una modificazione dell’essere, un diverso stato ontologico, una trasformazione profonda.
L’acqua unita al vino non è più distinguibile e la miscela che ne ricavo è un terzo elemento, né acqua né vino.
Dio ci propone di entrare nella Vita Eterna già ora, intrecciando indissolubilmente le nostre fibre alle Sue, trasformando il nostro stato, operando non con azioni che io posso guardare a distanza, che non mi toccano troppo da vicino, ma con tutto il mio essere che si sublima.
Dal fare all’essere. Le mie azioni, che devo ovviamente compiere, partiranno allora non da una volontà esterna al mio essere e frutto di un calcolo utilitaristico, ma saranno la conseguenza del mio essere, delle intenzioni del cuore rimodellato sullo stampo di Gesù, anzi, prestato a Lui perché operi ciò che desidera.  
 
 
  XXXIX
REFUGIUM PECCATORUM
 
La parrocchia è, per eccellenza, il “rifugio dei peccatori”. Tra Maria, come archetipo e condizione della salvezza, e la Chiesa, come terreno e fioritura di questa salvezza stessa, si stende infatti la rete ubiqua delle parrocchie. Ognuna di esse è un porto di pace e un’oasi di redenzione. Maria, a cui spesso esse sono intitolate, vi regna sovrana. Esse sono i diamanti della sua corona, i riflessi abbaglianti della sua gloria. La Chiesa consiste in esse, vi si articola, le produce, ed esse tutte insieme costituiscono la Chiesa. E’ interessante rilevare che, etimologicamente, “parrocchia” significa “esilio”, nel senso in cui preghiamo Maria, nel Salve regina, di “mostrarci, dopo questo esilio, Gesù”. I parrocchiani sono gli esuli, riuniti tutti insieme, per affrettare il loro ritorno e sopportare il loro esilio. I parrocchiani sono tutti peccatori, ma hanno anche coscienza di esserlo, e implorano perciò il perdono divino. La parrocchia è il loro rifugio.
 
Ma perché un peccatore dovrebbe cercarvi rifugio, se nessuno gli ha detto che lo è? Se anzi la sua condizione gli appare talmente normale che l’essere definito così gli risulta, prima ancora che offensivo, ridicolo? Come è paradossale che quando si sa di essere peccatori si è già ottenuta la salvezza! Non gli si spalancano infatti le porte del cielo, nella confessione, non lo si nutre di pane degli angeli, nell’eucarestia, e non gli si dà infine un rifugio sicuro, nella parrocchia? Sembra quasi che la coscienza del peccato sia un inizio di beatitudine!
 
In Maria, questa beatitudine incipiente appare come la nostra parrocchia, quel luogo di esilio non più dal cielo, ma dal mondo, in cui anzi si organizza febbrilmente il proprio ritorno in cielo! La parrocchia tiene insieme Maria e la Chiesa, o ci dimostra fino a che punto esse si appartengano. Essa è un rifugio di peccatori, perché dove altrove potrebbero essi rifugiarsi? Nel mondo da cui è bandita la parola stessa di “peccato” e in cui a stento ci si riconosce colpevoli davanti alla legge, possiamo forse trovare, in quanto peccatori, non dico riparo, ma almeno accoglienza come tali? Oppure veniamo spediti velocemente dall’analista, il quale altrettanto velocemente ci rassicurerà che il peccato non esiste? La parrocchia, invece, è il luogo di elezione di quelli che sanno che il peccato esiste. Esiste per esservi trasfigurato e dissolto, ma esiste, e se noi vi ci siamo rifugiati è proprio perché era divenuto talmente assillante da non consentirci più di vivere. Del resto, anche quelli che non credono se non proprio nell’esistenza, almeno nella pericolosità e pervasività del peccato, spesso in omaggio ad una tradizione di cui non afferrano più bene il senso, vi si sposano, vi accompagnano i loro figli, vi piangono i loro morti. Perché lo fanno? Quale oscura pulsione li spinge a trovare rifugio senza che nessuno li insegua, e a dichiararsi bisognosi quando l’opulenza li serra? Che tipo di conforto cercano, per sé e per i propri cari, nel luogo che può dare conforto soltanto ai peccatori?Ultimamente Maria ha fatto della parrocchia di san Giacomo, a Medjugorje, in Bosnia, la parrocchia più famosa del mondo, semplicemente apparendovi, e trasmettendovi i suoi messaggi. Quella che era nata per essere il rifugio dei peccatori di Medjugorje è diventata il rifugio dei peccatori di tutto il mondo. Implicitamente, allora, ella ci ha richiamati alla giusta considerazione di che cos’è una parrocchia, in quanto luogo in cui, sperimentando l’esilio dal cielo, ci si appresta a farvi ritorno. Per un cristiano non vi può essere gioia più grande del sentirsi legato agli altri proprio da questo comune desiderio, che la parrocchia, con Maria e nella Chiesa, è ben lieta di esaudire.
 
Molti, proprio a Medjugorje, hanno scoperto di essere peccatori, e si sono convertiti. Molti sono guariti da profondissime ferite sia fisiche che morali. Moltissimi hanno celebrato, in quella parrocchia, la fusione ideale con la loro propria parrocchia, riscoprendo questa in quella. Moltissimi altri hanno sentito la presenza di Maria nella realtà della Chiesa e la realtà della Chiesa nella presenza di Maria. Tutti hanno ricevuto un bacio e una carezza spirituali, di cui mai avrebbero pensato di poter essere degni. Maria stessa ci invita a non chiamare più così i peccatori, ma a rivolgersi a loro come a quelli “che non hanno ancora conosciuto l’amore di Dio”: a tal punto la sua sollecitudine di madre si estende, e di tale delicatezza ella ha dato esempio! Questa sorgente di amore, che è sempre viva in ogni parrocchia e che a Medjugorje ha generato un fiume impetuoso, sia anche quella a cui non ci stanchiamo mai di attingere, amen!
 
Refugium peccatorum, ora pro nobis!
 
 
 
APPUNTAMENTI DI NOVEMBRE: 
 
 
Preghiera del cuore di Marta e Maria 
nella Basilica di S. Anastasia 
 
Mercoledì 26 Novembre ore 18/20.30. Seguirà la Messa della S. Famiglia e, per chi può restare, alle 21,45 la cena veloce al pub di Via dei Cerchi. Se restate prenotatevi scrivendo a questo indirizzo (info@martaemaria.com) entro il martedì precedente.     
 
Spiritualità di Schoenstatt:       
 
Mercoledì 19 Novembre, alle 20.30 presso il Santuario di Belmonte (Via S. Gemma 3) ci sarà un nuovo incontro per la preparazione all’Alleanza d’Amore con Maria prevista per la fine di Gennaio. Chi fosse interessato è ancora in tempo per aggiungersi al gruppo! Chiedeteci informazioni! Saranno con voi padre Valentino e Suor Vera Lucia     
 
Domenica 23 Novembre ci sarà in mattinata l’incontro di approfondimento della spiritualità mariana di P. Kentenich, con padre Valentino e Suor Vera Lucia. Appuntamento alle 9.30 presso la Chiesa del Monastero delle Clarisse (Monastero di Santa Chiara di Via Vitellia) in Via O. Gasparri 42 per la Celebrazione Eucaristica; incontro di formazione alle 10,30 nel Monastero di Via Vitellia 95, pranzo al sacco condiviso alle 12,30. Nel primo pomeriggio rosario nel Santuario di Schoenstatt, in Via Aurelia Antica 112.  
 
CUORI NUOVI     
 
Un ciclo di incontri per separati, divorziati, risposati: Domenica 23 dalle ore 15.30 alle 17.30 a S. Anastasia. Con padre Valentino. Ci saremo anche noi.  
 
INCONTRO SUL SINODO DEI VESCOVI SULLA FAMIGLIA 
 
Lunedì 24 Novembre, alle ore 20.30 presso il Teatro della Parrocchia di S. Giovanni Battista De Rossi (Via Cesare Baronio 125) ci sarà un incontro sui contenuti del recente Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia con il padre sinodale Mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione.  
 
SPIRITUALITA’ FRANCESCANA 
 
Riporto qui l’invito degli Amici della Comunità Francescana di Santa Francesca Romana, unendoci alla loro preghiera per la Pace: 
 
NOI LAICI FRANCESCANI DESIDERIAMO PROPORTI DI VIVERE CON NOI QUESTO GIORNO PER LA PACE!

IN QUESTA GIORNATA, PUR RESTANDO OGNUNO NEL PROPRIO AMBIENTE DI VITA E DI LAVORO, POSSIAMO INSIEME:

PREGARE: offrire fin dal mattino una preghiera spontanea per la Pace; partecipare alla S. Messa; recitare una corona del S. Rosario; un’ora di adorazione eucaristica; compiere un pellegrinaggio; accostarti al sacramento della confessione……

MEDITARE: meditare una pagina della Bibbia, vivere un momento significativo e prolungato di silenzio e ringraziamento a Dio creatore e signore della vita; riflettere sul tuo stile di vita evangelico; partecipare a un’iniziativa di crescita della fede……

TESTIMONIARE: compiere un gesto di servizio verso persone povere; devolvere un’offerta pari la tuo pasto che non hai consumato; visitare un ammalato; partecipare a un momento di preghiera e catechesi proposto dalla parrocchia……
 
giovedì 27 novembre dalle ore 19.45 alle ore 21, la lampada della pace sarà accesa in chiesa e celebreremo una veglia per nuove parole di Pace :
fraternità - restituzione - perdono.


Un’iniziativa dell’OFS e dei gruppi francescani della parrocchia di Santa Francesca Romana all’Ardeatino Per contatti: ofsantafrancescaromana@gmail.com - Alessandro: 339-2182046.
 
 
Newsletter dal sito www.martaemaria.com

[/html]