13 / 03 / 2016
La fine dei tempi e il figlio dell’uomo
Cari Amici prepariamoci alla settimana santa ormai vicina con questa meditazione di Carlo.
La fine dei tempi e il figlio dell’uomo
“Morte e vita / si sono scontrate in un duello mirabile./ Il capo della vita morto / regna vivo” (Sequenza della Messa di Pasqua). Indubbiamente c’è una contraddizione tra storia ed eternità, e la croce è precisamente questo “segno di contraddizione” (cfr. Luca, 2, 34). Dio non poteva rivelarSi nel mondo se non destando scandalo, esattamente come l’uomo è “di scandalo” a Dio (cfr. Matteo, 16, 23). Dobbiamo scandalizzarci, con l’uomo, di Dio, o dobbiamo scandalizzarci, con Dio, dell’uomo? In un modo o nell’altro non fuggiremo a questo destino “di scandalo”…
In tale contesto si può inquadrare il Periodo di Quaresima e il Tempo di Pasqua. Il Padre, attraverso il Figlio, ci invita a non scandalizzarci di Lui, della Sua mitezza, della Sua bontà, della Sua pazienza. In Quaresima noi siamo invitati ad assumere gli stessi sentimenti del Padre, così che, quando verrà il momento della prova, siamo in grado di superarla. Tra la Quaresima e la Pasqua, infatti, c’è la Croce! Nel momento finale, nel momento della verità, il Padre assocerà la croce di tutti gli uomini alla Croce del Figlio, e in quei giorni, non vi sarà altro che la croce, su tutta la terra: chi si sarà preparato a quel momento, ne uscirà indenne, come il ladrone alla destra di Gesù; tutti gli altri moriranno disperati, come il malfattore alla sua sinistra. “Allora comparirà nel cielo il segno del Figlio dell’Uomo…” (Matteo, 24, 30): quella croce che è “scandalo per i Giudei, follia per i Pagani…” (1Corinzi, 1, 23). La stessa croce, infatti, che un tempo ha rappresentato il rifiuto di Dio da parte degli uomini, ora rappresenterà il rifiuto degli uomini da parte di Dio! “Allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra…” (Matteo, 24, 30).
Questo tema può essere impostato in chiave liturgica, situando la Quaresima, la Settimana Santa e il tempo di Pasqua sullo sfondo escatologico della fine dei tempi e della rivelazione finale, così da essere sempre pronti ad accogliere il Figlio dell’Uomo, quando “verrà nella sua gloria” (Matteo, 25, 31).
Secondo gli studiosi, il “discorso escatologico” di Matteo (24,1-25,46) deriva da quello di Marco (13, 1-37). Anche in Matteo, del resto, come in Marco e in Luca, esso precede immediatamente il racconto della Passione. E’ come se Gesù volesse dare il giusto risalto a ciò che sta per accadere, dimostrandone la dimensione cosmica. Specifico di Matteo è il fatto che: a) il discorso è rivolto a tutti i discepoli, anziché solo ad alcuni; b) la loro domanda è più esplicita e riguarda “il segno della tua venuta e della fine del mondo”; c) vi compare, e non compare altrove, nei Vangeli, il termine “parusìa”.
“Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno verrà il vostro Signore” (Matteo, 24, 42). Notiamo innanzi tutto l’espressione “il vostro Signore”, che in tutto il Nuovo Testamento si trova soltanto qui. C’è tanto affetto in quel “vostro” detto dal Signore ai Suoi discepoli! E’ come un professore che saluta i suoi alunni dicendo: “Il vostro professore tornerà, non temete!” Tra il momento dell’Ascensione e quello della Parusìa i discepoli di Gesù si sentiranno orfani, infatti, e Gesù lo sa e per questo Si mette dal loro punto di vista, e li invita a non cessare mai di aspettarLo, perché la Sua venuta è altrettanto certa della Sua dipartita! Lo “stare preparati” (l’estote parati della Vulgata è diventato giustamente proverbiale…) che il Signore ci raccomanda non è soltanto un indispensabile atteggiamento ascetico, ma è anche il modo più certo che noi abbiamo per non dimenticarci di Lui! Se noi Lo attendiamo, Lui verrà con gioia! “Ma per quanto riguarda quel giorno e l’ora, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo (Marco dice: e neanche il Figlio); lo sa il Padre soltanto” (Id.,ibid., 36). Eppure pochi versi prima aveva detto: “… non passerà questa generazione prima che tutto questo accada”, e aveva sottolineato la verità e la gravità di questa affermazione in un modo senza precedenti: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”! Perché dare tanta enfasi ad una affermazione apparentemente smentita dai fatti?
Nel momento in cui Si avvia a tornare nell’eternità, al Maestro interessano più le Sue parole che il cielo e la terra. Saranno questi a doversi piegare a quelle, e non viceversa. Il cielo e la terra sono già stati cancellati dalle Sue parole, che sono “parole di vita eterna” (Giovanni, 6, 68). Come ha consegnato nelle mani del Padre il Suo destino di Uomo, così ora Gli affida anche le Sue parole divine; e come il Padre Lo resusciterà dai morti, così darà una verità imprevista e imprevedibile alle Sue parole, costringendo la Storia e la Natura ad avvalorarle misteriosamente. Chi sa infatti se nel momento della Resurrezione tutto questo non sia avvenuto? Come il Figlio non sa come il Padre Lo resusciterà, ma sa che lo farà, così non sa in che modo le Sue parole si avvereranno, ma sa che si avvereranno. Per gli uomini questa sarà la rivelazione definitiva, come cioè le parole del Figlio si riveleranno vere, ed eternamente vere: questa rivelazione sarà in atto già nel momento della Resurrezione, e non cesserà di esserlo fino alla fine del mondo, quando “il cielo e la terra passeranno”: se infatti soltanto allora si avrà la prova definitiva che le Sue parole “non passeranno”, e questa prova sarà fornita dal fatto che la loro stessa verità giudicherà il mondo, e lo consumerà senza lasciarne traccia, questa verità era tale anche prima che il mondo esistesse e nei giorni della Sua incarnazione, quando fu messa in croce, e risorse “secondo le Scritture”… (1Corinzi, 15, 4).
“Come dunque i giorni di Noè, così sarà la Parusìa del Figlio dell’Uomo” (Matteo, 24, 37). Il passato e il futuro non appartengono alla linea del tempo, ma alla Storia della Salvezza. Ciò che accadde accadrà, poiché una sola volta è accaduto ciò che non poteva accadere che una sola volta: l’incarnazione di Dio. Tutto il resto la prefigura o ne costituisce l’eco. Alla fine dei tempi storici accadrà quello che era accaduto al loro inizio: che gli uomini, abbandonati a se stessi, prendono il tempo per l’eternità e si dimenticano di Dio. Allora è necessario “un cataclisma”, come dice letteralmente il testo greco, e cioè un diluvio, che sia di acqua o di fuoco, perché l’eterno faccia irruzione nel tempo, e il tempo si ritiri davanti a lui: “Allora verrà la fine” (Id., ibid., 14). Ricordiamoci di Dio, per sfuggire, fin da ora, ad un tale destino!
Nell’Antico Testamento, il titolo di “figlio dell’uomo” compare soprattutto in Ezechiele (circa 100 volte!). “In Ezechiele troviamo uniti il sacerdote e il profeta, il poeta e il teologo, un organizzatore della religione come istituzione e un predicatore di una religione fatta di moralità e anche di misticismo, con un senso profondo di consapevolezza della presenza e della trascendenza di Dio” Arnold Tkacik. Non si applicano queste parole anche alla figura storica di Gesù? L’ovvia differenza è che mentre in Ezechiele questa espressione è pronunciata in seconda persona, e cioè da Dio al profeta, quando la pronuncia Gesù Egli la applica a Se stesso. Egli è venuto sulla terra per fare, come uomo, la Volontà del Padre; Egli è divenuto Figlio dell’uomo proprio per questo, per dimostrare che anche i discendenti di Adamo possono fare, se lo vogliono, la Volontà del Padre (in ebraico l’espressione è proprio ben Adam, e cioè, letteralmente, figlio di Adamo). I primi cristiani, e forse i suoi stessi discepoli, non hanno capito, e comunque non hanno accettato l’umiltà di tale espressione, che ricorre soltanto sulle labbra di Gesù. Così è stato nei secoli, si può dire fino ad oggi: il più profondo segreto dell’Incarnazione continua a sfuggirci oggi, come ci è sempre sfuggito!
Tra le lodevolissime eccezioni, eccone due, entrambe di mistici inglesi del Medioevo.
Il primo è Isacco della Stella (c. 1100 – c. 1178). “E’ necessario in qualche modo intendere triplicemente la generazione o la nascita di Cristo, sia in quanto dal principio è Figlio di Dio, sia in quanto alla fine è Figlio dell’uomo, sia in quanto nel mistero il capo e il corpo (della Chiesa) sono un solo Cristo. La prima generazione dunque è dal Padre senza la madre, la seconda dalla madre senza il padre, la terza … da Dio Padre, per mezzo dello Spirito Santo, e dalla Chiesa, vergine madre… La prima nascita è eterna; per essa infatti nasce da Dio Dio: quale il Padre, tale il Figlio. La seconda è temporale e breve, dove nasce dall’uomo l’uomo: quale la madre, tale il figlio. La terza è temporale e lunga, dove ciò che nasce dallo Spirito è spirito, così come ciò che nasce da Dio è Dio e ciò che nasce dalla carne è carne” (Sermoni, 42, 16).
La seconda è Giuliana di Norwich (c. 1343 – c. 1420). “La compassione e la pietà del Padre erano per la caduta di Adamo, che è la creatura da lui più amata… e la compassione e la pietà abitano con l’umanità fino al tempo in cui saliremo al cielo. Ma l’uomo è cieco in questa vita, e perciò non riusciamo a vedere Dio nostro Padre così com’è. E nel momento in cui egli vuole per sua bontà rivelarsi all’uomo, gli si rivela familiarmente, come uomo… egli ha fatto dell’anima dell’uomo la sua città e la sua abitazione, essendo l’anima, delle sue opere, quella che gli piace di più. E quando l’uomo cadde nel dolore e nella pena non era più bello abbastanza da poter servire a quel nobile ufficio… fino al tempo in cui, per sua grazia, il suo amatissimo Figlio, con le sue dure sofferenze, ebbe riportato la sua città alla nobile bellezza primitiva” (Il Libro delle Rivelazioni, 14, 51).
Il Figlio dell’Uomo deve sottostare al tempo storico, anche se ne è il Signore. Deve sottoporsi ad una condanna, anche se è il Giudice. Deve imparare, anche se sa tutto. Deve diventare uomo, anche se è Dio.
“Figlio dell’uomo, comprendi bene: questa visione riguarda il tempo della fine” (Daniele, 8, 17). Questo è l’unico luogo dell’Antico Testamento, oltre ad Ezechiele e a pochissimi altri, in cui compare tale espressione, che è riferita all’orizzonte escatologico dell’esperienza umana. “Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del figlio dell’uomo (Matteo, 24, 27). E poco dopo: “…vedranno il figlio dell’uomo venire sopra le nubi del cielo con grande potenza e gloria” (id., ibid., 30).
In 60 occorrenze dei Vangeli, su 80 complessive, l’espressione “figlio dell’uomo” è utilizzata in corrispondenza di passi, più o meno dichiaratamente, escatologici. Che cosa potrà mai significare, questo, se non che tutto il giudizio verterà sulle relazioni fra gli uomini, anziché in primo luogo su quelle fra gli uomini e Dio? “Se quando il povero è sfamato Cristo viene sfamato, in che modo quando il povero sale Cristo non sale?” (Isacco della Stella, Sermoni, 42, 13) Dio ha unito così strettamente, in Cristo, le sorti dell’umanità alle Sue stesse sorti, che non può passare senza ricompensa o senza condanna eterne un gesto d’amore o d’odio compiuto verso il proprio simile. Del resto Giovanni lo dice molto esplicitamente: “Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così anche al Figlio ha dato di avere la vita in se stesso e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo” (Giovanni, 5, 27). La venuta nel tempo dell’Eterno significa infatti simultaneamente sia che l’Eterno Si è lasciato giudicare dal tempo, sia che il tempo sarà giudicato dall’Eterno. Ma non sarà giudicato in base all’Eterno, altrimenti il giudizio non potrebbe essere che di condanna, ma al contrario in base a come i figli dell’uomo si siano comportati fra di loro, e cioè in base a categorie e a princìpi interamente umani! Il Figlio dell’uomo è venuto a mostrare come si possa essere figli dell’uomo senza cessare di essere Figli di Dio!
Dopo quanto si è detto, rifiutare il Figlio dell’uomo significa rifiutare se stessi, compiere cioè una specie di suicidio. In quanto Uomo, infatti, Dio non ci ha portato altro Vangelo, e cioè, altra buona notizia che questa, che già e proprio in quanto uomini noi corrispondiamo al disegno salvifico di Dio, che ci basta essere come Dio ci ha voluti, per meritare la Sua salvezza. “Beati voi, beati voi, beati voi..” non fa che ripeterci il nostro Salvatore: accettiamo di essere beati, se vogliamo essere salvati da Lui! Accettando la nostra condizione di beati, noi lo diventiamo effettivamente, così come non ci danniamo se non per esserci dati noi stessi la nostra condanna! Il Figlio dell’uomo, per poterci trasmettere la Sua beatitudine, ha dovuto attraversare tutta la nostra sofferenza: perché non riconosciamo, secondo il Suo invito, nonostante questa, la nostra beatitudine? Se Lui ha scambiato la Sua beatitudine con la nostra sofferenza, perché noi non dovremmo scambiare la nostra sofferenza con la Sua beatitudine? Non lo dobbiamo, se non a noi, almeno a Colui che per poterSi fare come noi Si è reso diverso da noi, tanto che non L’abbiamo riconosciuto come uno dei nostri? Perché non diventare più che uomini grazie a Colui che Si è fatto, per noi, meno che uomo (cfr. Isaia, 52, 14)? In questo consiste la giustizia divina, nell’esigere che non sia negato l’assenso di fede a Colui che, per risparmiarlo a noi, ha diretto su di Sé tutto l’implacabile rigore di quella.
APPUNTAMENTI: (dettagli nel calendario del sito)
Lunedì 14 Preparazione alla Pasqua: Meditiamo il Triduo con Giovanni. Preghiera del cuore e interpretazioni dei Padri sulle figure di Marta e Maria. Santuario Cor Ecclesiae ore 19,30 - Via Aurelia Antica 112
Mercoledì 16 Formazione e Preghiera con i Discepoli di Padre Pio, ore 19,15 - Via Castel Guelfo 53.
Un abbraccio!
Marta e Maria team