La Preghiera

14 / 06 / 2014

La Preghiera

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Cari Amici, domani si celebra la Solennità della Santissima Trinità.
 
Entriamo insieme in punta di piedi dentro la Parola di Dio. Mentre la leggiamo idealmente togliamoci i sandali…siamo su una Terra Santa…
 
 
Dal Libro dell’Esodo: LE TAPPE DELLA PREGHIERA, in sette punti
 
 
Mosè tagliò due tavole di pietra come le prime; si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano. Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore.  Il Signore passò davanti a lui proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di grazia e di fedeltà, che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione». Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. Disse: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, mio Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa' di noi la tua eredità».
 
Ci viene qui rappresentato, perché sia per noi un modello di preghiera, il prototipo dell’incontro con il Signore.
 
1) Di buon mattino: prima di ogni altra cosa. Non consideriamo mai nulla più importante del nostro rapporto con Dio.
 
2) Salì sul monte: come in ogni vero incontro, bisogna venirsi incontro, a metà strada. Sicuramente Dio si abbassa e scende fino a noi, mentre noi dobbiamo elevare in alto i nostri cuori (come siamo invitati a fare all’inizio della liturgia eucaristica). Salire in alto può significare allora prendere le distanze dai pensieri del mondo, entrare nella dimensione dello spirito, non restare incatenati in basso, trattenuti da passioni di ogni genere. Ma anche prendere le distanze da tutti e tutti, per essere soli con Dio. Mosè sale solo verso un luogo isolato e inaccessibile. Nulla ci deve distrarre dall’incontro.
 
3) Il Signore scese nella nube. Come dicevamo, si abbassa, scende fino alla nostra umana debolezza. Ma resta nella nube. Dio non potrà mai essere, finché siamo in vita, completamente accessibile, visibile. Pur manifestandosi spesso e in infiniti modi, resta sempre velato. Altrimenti non potremmo rimanere vivi, non potendo ancora sostenere la visione di Dio.
 
4) Si fermò presso di lui e proclamò il nome del Signore. Dio si ferma, resta per incontrarci, ci fa conoscere il Suo Nome, non ci lascia nel dubbio. Dobbiamo sviluppare pian piano i nostri sensi spirituali per poterlo vedere e ascoltare sempre di più. Con un po’ di allenamento, vedremo che il Signore si manifesta a noi ogni giorno, con discrezione, delicatezza, ma senza lasciarci mai privi della Sua guida. Dio stesso presenta il suo essere Dio. Non abbiamo qui una descrizione umana delle qualità di Dio, magari desunta dalle nostre esperienze di Lui, ma una prodigiosa autodefinizione di Dio stesso. Un autoritratto. Non ci resta dunque nessun dubbio su chi è Dio. Si presenta da se stesso.
 
5) Misericordioso e pietoso, è la prima e quindi più importante definizione. Lento all’ira (come è diverso da noi, dalle nostre impazienze), ricco di grazia e di fedeltà (che parola rara…Lui è il Dio fedele che non abbandona mai, neanche davanti ai tradimenti più gravi), che conserva il suo favore per mille generazioni (la sua elezione è per sempre!), che, pur punendo la colpa, poiché è Misericordia nella Giustizia, perdona ogni tipo di peccato. Nella preghiera Dio ci offre il Suo perdono. Predisponiamo il cuore alla contrizione per non esserci comportati da Figli della Luce.
 
6) Mosè si curvò fino a terra e si prostrò. Il vero incontro con Dio ci rende più umili. Ci fa sentire il profumo di Dio e il fetore delle nostre miserie. Ma il prostrarsi di Mosè va oltre il senso dell’umiliazione o del disprezzo di sé (Dio non vuole questo). E’ la normale conseguenza del prendere atto dell’immensità di Dio. Non possiamo fare altro. Se siamo onesti e camminiamo nella Verità, viene da sé. E’ quella verità che vi farà liberi…e veramente ci libera, perché iniziamo a non pretendere da noi stessi di essere Dio, non rincorriamo smanie di perfezione piene di orgoglio, e soprattutto comprendiamo che non possiamo salvarci da soli. Che leggerezza, che salutare liberazione, rimettere in Lui ogni preoccupazione, ogni peso, ogni debolezza, lasciando che ci porti sulle spalle…Lui che porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri!
 
7) Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, mio Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa' di noi la tua eredità. Imploriamo il perdono di Dio e chiediamo infine al Signore di non lasciarci più; che dopo il momento forte della preghiera continui a rimanere accanto a noi, per sempre, rendendo preghiera ogni nostra occupazione, rendendo possibile pregare incessantemente. Bellissima questa espressione del camminare accanto, né davanti né dietro, ma al fianco, come lo sposo con la sposa. Si legge tra le righe ancora una volta l’elezione di ognuno di noi alla Sponsalità più piena e qualificante del nostro essere a Sua Immagine, quella con Dio stesso, per sempre.    
 
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Come sempre la lectio della Parola mi ha preso la mano e non posso passare ad approfondire le altre Letture della Festa. Ma vi prego, iniziate a fare da soli lo stesso lavoro che state imparando qui. Vedrete che farete molto meglio di me. Credo che sia un Dono, ma state certi che è un Dono che Dio concede volentieri a chiunque voglia avventurarsi in questo sentiero profumato. Iniziate e vedrete meraviglie (che naturalmente ci racconterete, a lode di Dio)!
 
Mercoledì abbiamo avuto l’ultimo incontro a S. Anastasia. Per chi non c’era incollo qui sotto la Meditazione Lauretana di Carlo. Vi ricordo gli ultimi importanti incontri:
 
APPUNTAMENTI:
 
Lunedì 23 Giugno: Veglia di preghiera del cuore presso la Basilica di San Giovanni in Laterano, alla vigilia della festa di S. Giovanni Battista. Ore 21/23,30 cappella dell’Adorazione. Potete invitare i vostri amici.
 
Domenica 22 Giugno
 
- Ore 11,3 Santuario di Schoenstatt “Cor Ecclesiae”, Via Aurelia 112, Catechesi, S.Messa, pranzo al sacco condiviso
 
- Ore 15,30/18 Movimento Cuori Nuovi, con catechesi e preghiera del cuore, Basilica di S. Anastasia.
 
Ricordo a quanti parteciperanno ai due viaggi in programma di farmi avere con urgenza la copia del documento che porteranno in aereo, altrimenti non potremo fare il check-in on line.
 
Un caro saluto a tutti voi!
 
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XXXIII TURRIS EBURNEA
 
 
L’espressione “torre d’avorio” ha normalmente un significato negativo, e sta ad indicare una condizione di isolamento sdegnoso e superbo, come di chi non si voglia mischiare con i suoi simili. Tuttavia è perfettamente appropriata ad indicare la fede, che non può scendere a compromessi (e in questo senso non si può mischiare con alcunché), vuole essere preservata ad ogni costo, ed è anche bella a vedersi! Tutti e tre questi significati convengono perfettamente a Maria, in quanto immagine della fede.
La fede è l’accoglimento integrale di una rivelazione. Come se si è ricevuto in deposito un bene prezioso, è esattamente questo bene che va conservato, e non un altro, magari simile o equivalente, così la fede ha l’obbligo di corrispondere in pieno alle meraviglie che le sono state annunciate. Non è una strana fissazione della Chiesa quella di restare fedele a tutti i costi a ciò che in lei si è tramandato, appunto,  come depositum fidei (deposito della fede). Non è segno di grettezza o di chiusura nei confronti del mondo il volerlo conservare gelosamente. Non è sintomo di indifferenza, o peggio, di superbia, il volersene avvalere in qualunque momento storico, commisurando questo a quello, anziché viceversa. Non è accanimento cieco e settario ribadire ogni volta che questo, e non altro, è ciò che si è ricevuto, e che questo e non altro, dunque, è ciò che va conservato. Et cetera et cetera…
La fede è il bene più prezioso della Chiesa, la sua stessa ragion d’essere: perché dovrebbe a un tratto smettere di credere in ciò in cui ha sempre creduto, o cominciare a credere in cose in cui non ha mai creduto? La sua evoluzione dottrinale, così mirabilmente tratteggiata dal Beato Newman ne Lo sviluppo della dottrina cattolica, non è consistita e non consiste nella sostituzione di alcuni temi con altri, e nell’approfondimento selettivo di alcuni aspetti di questi temi, ma al contrario nella ripresa indefinita degli stessi temi, che essendo inesauribili, presentano sempre nuovi aspetti. Così è stato per i cosiddetti dogmi mariani, elaborati nel corso dei secoli a forza di continue riprese del dato scritturale, magisterialmente interpretato, liturgicamente vissuto e popolarmente creduto. La fede della Chiesa è una turris eburnea perché altrimenti non si potrebbe né conservare né potenziare, né preservare né accrescere. Ma, si dirà, perché potenziare e accrescere, se non si tratta che di conservare e preservare? E’ che il “bene prezioso” che la Chiesa conserva, e che è ciò che le è stato rivelato, deve essere “messo a frutto” (cfr. Matteo, 25, 14-30). Inoltre Gesù ha promesso che “il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Giovanni, 14, 26). Infine, è la ragione teologica stessa, che in secoli e millenni di arduo e indefesso lavoro, può mettere a fuoco aspetti della Rivelazione che non erano stati ancora mai còlti come tali (per esempio nel caso del dogma dell’Infallibilità papale). Che sia dunque opera del Magistero, o dello Spirito Santo o della Ragione umana, il deposito della fede acquista, per così dire, un valore sempre maggiore, pur restando naturalmente identica la Rivelazione che gli è stata affidata. “Perciò ogni scriba istruito sul regno dei cieli è simile ad un capofamiglia che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Matteo, 13, 52). Inviolabile, ma dinamico; inaccessibile, ma espansivo; segreto, ma manifestabile, inesauribile e certo, limpido e arcano, liscio e stratificato, apparente e tuttavia sostanziale: tale è il deposito della fede, bello come una torre d’avorio…
 
Luminosa, splendente, dolcissima Maria: possa la tua fede essere sempre la mia!
 
Amen Turris eburnea, ora pro nobis!  
 
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