Piccole Condivisioni

05 / 07 / 2014

Piccole Condivisioni

[html]

Cari Amici, pensavo di scrivervi solo per ricordarvi l’appuntamento del 10, e invece, come al solito, non riesco a non condividere i miei ultimi pensieri con voi…(ma sarebbe bello sentire anche le vostre opinioni!)
 
SENSO DELLA VITA
 
Capita, a volte, in certi periodi della vita, di sentirci inutili. La fine di un lavoro, di una storia, di un percorso di studi, i figli cresciuti, la pensione…e all’improvviso ci si sente senza più uno scopo. La nostra cultura utilitaristica ci spinge a finalizzare ogni gesto in modo produttivo. Siamo macchine da produzione, consumatori, utenti, fornitori di servizi…conta il fare e l’avere, mai l’essere.
Nel Regno di Dio, quello che può essere sempre qui e ora, non è così.
S. Ireneo di Lione scriveva che la gloria di Dio è l’uomo vivente. Meraviglioso…solo vivente! Non operante, possedente… L’uomo che vive nell’ordine dato da Dio, che compie i gesti ordinari del suo stato, che risponde alla vita giorno per giorno, è la gloria di Dio. Penso quanto in certi periodi ci possa pesare per esempio la cura del corpo: vivere comporta atti necessari, ripetitivi, alla lunga sfiancanti: mangiare, bere, dormire, lavarsi, vestirsi secondo il mondo quando si esce (non potremmo uscire come saremmo più comodi, in pigiama, tuta, pantofole…), avere mani curate, capelli in ordine, truccarsi o farsi la barba…e parlo solo di corpo, non cito i doveri legati alla famiglia o al lavoro. Ma basta pensare al corpo, a volte il nostro tiranno, o la nostra prigione. Nella Bibbia si legge “un corpo mi hai preparato”…dunque la nostra principale offerta ed espiazione parte dall’avere un corpo.
Mi colpì sentire che all’inizio delle apparizioni una veggente, mi sembra Ivanka, aveva perso da poco la mamma e chiese sue notizie alla Madonna. Lei riferì che era in Paradiso. Tutto il paese rimase piacevolmente meravigliato perché era una donna comune, senza particolari apparenti virtù. Ma aveva sempre compiuto onestamente il suo dovere. Credo che questo possa insegnare molto anche a noi. Certo, quando possiamo siamo chiamati al fare, all’agire per amare, ma è importante anche il nostro “stare”, fermi in momenti di stasi, o come Maria sotto una Croce, dei nostri cari o nostra. Se permaniamo nel suo amore e nella sua volontà la nostra vita sarà comunque, miracolosamente, meravigliosamente, gloria di Dio!
 
MISERICORDIA IO VOGLIO E NON SACRIFICI (Matteo)
 
Questo versetto era nel Vangelo di giovedì, ed è una frase ripresa da Gesù dal profeta Osea (lo leggiamo in Quaresima). Come ci interpella oggi? Mi sembra si ricolleghi a quello che dicevo sopra: spesso il nostro FARE, intendo il fare per Dio, è legato ad un concetto di sacrificio, di sofferenza. Penso che sia da qui che dobbiamo cominciare a fare una rivoluzione copernicana. Tutti, a iniziare da me! Il fare che piace a Dio è quello che nasce dalla Misericordia, dalla radice dell’essere. Se il mio agire, pur nel modo più santo, in qualche modo rimane esterno al mio essere profondo, resto sempre una personalità sdoppiata. Non sono ipocrita, perché il mio agire parte dalla mia stessa volontà (anche se va in contrasto a volte con le mie passioni), ma non sono ancora puro. La Misericordia ha a che fare con il cor, il cuore, inteso come parte più profonda dell’essere. Nella Bibbia indica un legame viscerale di Dio con i suoi Figli, come quello inalterabile di una madre. Allora piaceremo a Dio quando il nostro agire partirà non dalla mente ma dal cuore, unificando volontà, mente, cuore (e a poco a poco le passioni saranno educate a seguire il resto). Se penso di fare un’azione come  sacrificio che offro, non ho ancora messo tutto me stesso in quell’azione. Se invece faccio l’atto perché amo, il sacrificio, che può esserci, passa in secondo piano, perché il motore è il cuore che ama e, amando, dimentica presto la fatica, come la donna le doglie del parto, fa tutto con entusiasmo e la gioia del cuore con la fatica non diminuisce ma aumenta! Impariamo quindi  a fare tutto per amore, col cuore, anche le più piccole cose, rendendo tutto benedizione a gloria di Dio!
 
SIGNORE GESU’ CRISTO ABBI PIETA’ DI ME
 
E’ l’antica “preghiera del Nome di Gesù” o preghiera del cuore dai Padri del deserto, fino al Pellegrino Russo, e nasce dal Vangelo. La Madonna nel messaggio del 2 luglio ci invita all’Umiltà: ripetiamola spesso questa preghiera, ci aiuterà in questo. Qualunque cosa buona riuscissimo a fare, restiamo sempre e comunque peccatori e malati, bisognosi delle cure di Dio. E’ solo Lui che salva, nulla di ciò che può venire da noi potrà salvarci. Chiediamo spesso pietà, ponendoci sotto il suo sguardo, il solo sguardo che salva.
 
INSERIMENTI NEL SITO
 
Potete trovare il bellissimo messaggio del 2 (leggetelo!) e il consueto commento. La Madonna sta facendo come il Papa, ci offre tre parole:
umilmente, coraggiosamente, nella speranza.
Stupendo! Viviamo tutto così!
 
Nella pagina L’Anno Liturgico, sottomenu Ciclo dei santi, troverete la meditazione di Carlo su S. Benedetto. Come sapete è legato a noi e al sito, avendolo inaugurato l’11 luglio, sua festa liturgica. Il suo ora et labora è così vicino alle nostre Marta e Maria! Lo incollo qui sotto, ma lo trovate anche lì.
 
Vi ricordo di cliccare la stellina a destra del sito: vi è un piccolo pensiero per aiutare la preghiera, quasi quotidiano.
 
APPUNTAMENTI
 
Vi aspettiamo giovedì 10 luglio dalle 21 alle 22 a S. Anastasia, per la preghiera del cuore.  Portate le letterine con le vostre intenzioni di preghiera per Maria e Francesco, saremo i vostri postini nei pellegrinaggi a Medjugorje, Schoenstatt e La Verna! Festeggeremo un anno di sito e ricorderemo S. Benedetto!
 
PER LE ALTRE NOTIZIE SUI PELLEGRINAGGI, L’ALLEANZA D’AMORE  E IL GIUBILEO DI SCHOENSTATT POTETE RIVEDERE LA NEWS DEL 2 LUGLIO.
 
A presto, Dio ci benedica!
 
News dal sito www.martaemaria.com
 
 
FESTA DI SAN BENEDETTO
 
 
Quando si parla di San Benedetto, si parla del monachesimo occidentale. Già da diversi secoli infatti, in oriente, era nata la cosiddetta spiritualità del deserto, e aveva anzi già dato i suoi frutti migliori. In Occidente si è dovuto aspettare l’inizio del V secolo, e cioè la fine dell’Impero Romano. Probabilmente, a pensarci bene, Monachesimo e Impero non erano compatibili… I
l monaco deve “rendersi estraneo alle azioni del mondo” (saeculi actibus se facere alienum): come poteva accadere questo, finché era in vita l’Impero Romano? Come poteva trasformarsi in animale mistico quello che da Aristotele era stato definito come animale politico? Col venir meno dello Stato, e con la lenta ascesa della Chiesa. In Occidente, a partire da allora, e per circa un millennio, la Chiesa ha preso il posto dello Stato. I guerrieri di questo nuovo Stato, che era la Chiesa, furono i monaci benedettini. Altrettanto spietati con se stessi quanto i legionari lo erano stati con i nemici, altrettanto vogliosi di conquistare anime a Cristo quanto quelli lo erano stati di conquistare corpi a Roma, altrettanto fanaticamente devoti al papa, quanto quelli lo erano stati all’imperatore: “Ecco la legge sotto la quale vuoi militare: se la puoi osservare, entra; se invece non puoi, sei libero di andartene” (Ecce lex sub qua militare vis: si potes observare, ingredere; si vero non potes, liber discede). Eppure, stranamente, quanto più la Regola si faceva stringente, tanto più l’Europa si riempiva di monasteri, dove “assolutamente niente era anteposto a Cristo” (Christo omnino nihil anteponant): “assolutamente niente” significa: né i familiari, né gli interessi, né la patria, né gli affetti, esattamente come sarebbe stato assurdo, cinque secoli prima, che un soldato anteponesse qualche cosa alla gloria di Roma. Così, in effetti, questi ultimi hanno fatto la grandezza di Roma; allo stesso modo quelli hanno fatto la grandezza dell’Europa. Che si intende per “grandezza dell’Europa”? Non certo le colonie, o i traffici, o la scienza, ma l’arte di vivere insieme per realizzare un ideale. Se ancora oggi l’Europa può insegnare quest’arte al resto del mondo, lo deve ai suoi monaci, e al loro abate, che ha loro prescritto: “Gli uni prevengano gli altri nel rendersi onore, sopportino con ogni pazienza le proprie infermità sia fisiche che morali, facciano a gara nel prestarsi reciproca obbedienza; nessuno cerchi quello che giudica utile per sé, ma piuttosto quello che lo è per gli altri, si diano castamente all’amore della fraternità, con amore temano Dio, prediligano il loro abate con carità sincera e umile…”. Lo possono fare, perché lo hanno eletto loro. Mentre infatti nel monachesimo orientale il nuovo abate veniva designato da quello precedente, in quello occidentale egli viene eletto dai monaci. Secondo alcuni tale procedura, assolutamente innovativa, è all’origine dei moderni sistemi elettorali. Ancora oggi noi diciamo, di qualcuno che conta qualcosa, che ha voce in capitolo…
I monaci si sono riuniti intorno a San Benedetto per glorificare il Signore: tendenzialmente in ogni attimo deve risuonare una lode, quanto più armoniosa, tanto meglio. Per questo nasce il canto gregoriano (così chiamato dal grande biografo di Benedetto, il papa Gregorio), distinto in concentus (sorta di recitativo per le antifone) e in accentus (sorta di aria per i salmi). Tale è l’opus divinum, l’opera divina  che i monaci si sono riuniti insieme per compiere: “Come dice il profeta: (Salmi, 118, 164). Questo sacro numero di sette sarà da noi rispettato, se adempiremo agli obblighi del nostro servizio alle lodi, a prima, a terza, a sesta, a nona, al vespro e a compieta”, così da recitare tutto il salterio in una settimana. Ciò, dice San Benedetto, è frutto della nostra rilassatezza, perché i Padri del Deserto recitavano tutto il salterio ogni giorno (XVIII, 23-24)! E aggiungeva: “Noi siamo certi che la presenza divina è dappertutto e che (Proverbi, 15, 3); tuttavia dobbiamo crederlo senza alcun dubbio soprattutto quando partecipiamo all’opera divina. Ricordiamoci sempre perciò delle parole del profeta: (Salmi, 2, 11), e ancora: (Id., 46, 8), e : (Id., 137, 1). Consideriamo dunque come convenga stare dinanzi alla divinità e ai suoi angeli, e impegniamoci nella salmodia in modo che la mente concordi con la voce” (XIX). 
Tale, lo abbiamo detto, è l’ufficio principale del monaco, quello senza il quale tutto il resto perderebbe senso. Rimane però del tempo libero, e poiché “l’oziosità è nemica dell’anima… in certe ore i fratelli devono compiere un lavoro manuale, in altre devono dedicarsi alla lettura divina” (XLVIII,1). Da ciò la famosa massima: ora et labora.  Si può notare tuttavia che dei 73 capitoli che compongono la Regola, soltanto uno è dedicato a tali attività. Per quanto dunque i monasteri benedettini abbiano, con le loro attività agricole, ridisegnato la mappa fisica del continente, e con quelle intellettuali, creato ex novo la sua mappa spirituale, possiamo affermare senza tema di smentite che non era questo l’obiettivo primario di San Benedetto. Allo stesso modo, l’intento principale di Gesù non è stato certo quello di abolire la schiavitù o di migliorare la condizione della donna (cose entrambe che si sono verificate forse soltanto grazie alla Sua predicazione): Dio Si manifesta per salvarci, ma spesso non può farlo senza provocare una rivoluzione nei nostri modi di vita e nelle nostre società… Lo storico ateo può senz’altro ignorare la salvezza eterna che Dio ci ha fatto conseguire anche per mezzo di tali positivi cambiamenti, ma il cristiano che si prenda la briga di riflettere non può non commuoversi di fronte a un fenomeno di questo tipo: quando Dio vi Si manifesta, per questo fatto stesso il mondo migliora! 
Caro San Benedetto, padre della nostra liturgia e patrono di un’Europa che vorremmo continuare a chiamare nostra, insegnaci a non anteporre veramente niente a Cristo, così che i fiumi d’acqua viva che sgorgano da Lui possano continuare ad irrorare i nostri deserti, come già irrorarono quelli dei tuoi tempi che furono sicuramente più calamitosi dei nostri, amen!
 
Carlo
 
 
News dal sito www.martaemaria.com 

[/html]