Vigilia della Solennità della Santissima Trinità

10 / 06 / 2017

Vigilia della Solennità della Santissima Trinità

Cari Amici vi scrivo solo per ricordarvi che domani, Solennità della Santissima Trinità, ci sarà un ritiro sulla Trinità al Teresianum. Vi invitiamo a partecipare con noi! Chi è nel gruppo whatsapp ha ricevuto ieri la locandina. Proprio oggi la Chiesa ha dichiarato beata Itala Mela, che ha trascorso la vita nell'approfondimento personale e nella diffusione della "inabitazione trinitaria"! La sentiamo vicina alla nostra preghiera del cuore!
Prossimo appuntamento formativo: Venerdì 16 a San Giuseppe al Trionfale: ore 18.30 Messa, poi Carlo ci illustrerà una lettera dall'Epistolario di Padre Pio ed io proporrò l'ultima catechesi sulla Messa. Con sorpresa finale! Questo sarà l'ultimo appuntamento per i Discepoli di Padre Pio.
Preghiera del cuore e formazione teologica: Santuario domestico Cor Unum in Matre, Mercoledì 21 alle 19 (ultimo incontro prima dell'estate). Seguirà cena di saluto.
Per tutti gli appuntamenti info sul calendario del sito. 
 
Ci accompagnerà in questa festa la meditazione che ci propone oggi Carlo!
Buona Festa a tutti!
 
 
MEDITAZIONE SULLA SANTISSIMA TRINITA’ 
 
La Santissima Trinità è il mistero centrale della nostra fede. Tutto deriva da Lei, e tutto a Lei ritorna: “Come difatti la pioggia e la neve / scendono dal cielo e lassù non tornano / senza avere irrigato la terra, / averla fecondata e fatta germogliare, / perché dia seme da seminare e pane da mangiare; / così la mia parola, uscita dalla mia bocca, / non tornerà a me vuota, / ma anzi opererà quanto mi piace, / ed eseguirà ciò per cui l’ho mandata” (Isaia, 55, 10-11). Proprio questo è il mistero: come noi possiamo essere in rapporto quotidiano, continuo, incessante con Colei che ci trascende fino a tal punto!
San Paolo dice che “in Dio noi viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (Atti, 17, 28): questa è appunto la fede. Senza la fede, infatti, noi non potremmo sapere che “viviamo, ci muoviamo ed esistiamo in Dio”. Senza la fede, che è “sostanza di cose sperate” (Lettera agli Ebrei, 11, 1), noi non sapremmo né da dove veniamo, né chi siamo, né dove andiamo. Noi veniamo dalla Santissima Trinità, siamo la Sua immagine, e andiamo verso di Lei. 
 
Noi veniamo dalla Santissima Trinità 
 
“Prima che Abramo fosse, io sono”, dice il Figlio (Giovanni, 8, 58). “Io sono colui che sono”, aveva già detto il Padre (Esodo, 3,14). Così la parola segue necessariamente il linguaggio, ma precede necessariamente la lingua. Il Figlio è la Parola; il Padre è il Linguaggio; lo Spirito Santo è la Lingua in cui Si esprime la Parola del Linguaggio. Come Linguaggio, Parola e Lingua Si appartengono inestricabilmente nell’Intelletto o nella Verità, così Si appartengono il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo nella Santissima Trinità, o in Dio.
“Al compiersi del giorno di pentecoste, erano tutti insieme nello stesso luogo, quando venne all’improvviso dal cielo un rombo come di vento impetuoso e riempì tutta la casa dove erano radunati. E apparvero loro delle lingue come di fuoco che si divisero e si posarono su ciascuno di loro e tutti furono ripieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito concedeva loro di esprimersi” (Atti, 2, 1-4). L’infinita potenza del Linguaggio e l’umile necessità della Parola si fondono nell’armoniosa realtà della Lingua. Il Linguaggio è unico, la Parola è molteplice, ma la Lingua è comune. Lo Spirito Santo è comunione poiché in Esso Dio intende Se stesso. La Lingua è la reciproca appartenenza del Linguaggio e della Parola: così lo Spirito Santo è la reciproca appartenenza del Padre e del Figlio. Potrebbe tutto ciò che esiste non portare il segno di una tale Origine? 
 
Noi siamo l’immagine della Santissima Trinità 
 
Anche in noi c’è qualcosa di unico: il nostro spirito; qualcosa di molteplice: il nostro corpo, e qualcosa di comune: la nostra anima. Anche in noi l’infinitamente possibile e l’infinitamente necessario si fondono nell’infinitamente reale. Quando l’anima è satura di Dio essa assicura una comunione perfetta tra lo spirito e il corpo. Essa è stata infusa in noi, al momento della nostra nascita, come un balsamo profumato, come un olio di grazia che ha permeato fin dall’inizio e rese suscettibili di ricevere la rivelazione di Dio, nel battesimo, tutte le più intime fibre del nostro essere. Noi siamo usciti dalle mani di Dio con l’impronta di Dio, anche se siamo stati affidati, prima alla nostra famiglia, e poi a noi stessi, in un mondo ostile. Noi dobbiamo testimoniare nel mondo che non siamo del mondo, ma di Dio. Lo possiamo fare perché effettivamente, una volta mondata dal peccato, la nostra anima non appartiene al mondo, ma a Dio.
L’essere umano è come una famiglia in cui regni l’armonia. Lo spirito è come il marito, il corpo è come la moglie e l’anima è come il loro amore. Lo spirito ama il corpo in cui ha preso dimora, il corpo ama lo spirito di cui è depositario e l’anima è il loro amore: il loro reciproco appartenersi e il loro continuo donarsi. Se vi è armonia fra di loro, infatti, lo spirito non si dona meno al corpo di quanto il corpo si doni allo spirito: l’anima beata è beata proprio di questo, di essere il luogo in cui si manifesta l’amore tra lo spirito e il corpo. Ma come può essere beata l’anima di colui o di colei che ancora vive nel mondo? Essa pregusta qui, pur nell’angoscia della sua condizione, la sua beatitudine futura, di quando lo spirito sarà ritornato a Dio, il corpo sarà lasciato dormire fino al suo risveglio definitivo, ed essa narrerà, a Colei che l’ha creata, la storia unica ed immortale dell’amore tra il suo spirito ed il suo corpo. 
 
Noi andiamo verso la Santissima Trinità 
 
La Santissima Trinità ci aspetta come una madre aspetta il figlio, partito per un brevissimo o per un lunghissimo viaggio: lo aspetta con trepidazione, con impazienza, ma al tempo stesso sa che non avrebbe senso abbreviarglielo. In questo brevissimo, o lunghissimo esilio, noi siamo effettivamente lontani da Dio, anche se “in Lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo”. Come è possibile questo? Come è possibile che noi siamo contemporaneamente “viandanti costretti a passare la notte in una locanda di cattivo affare” (Santa Teresa d’Avila) e pellegrini fiduciosi di raggiungere la meta del loro pellegrinaggio?
Come il nostro corpo è, per così dire, sia mortale che immortale: mortale come del mondo, immortale come di Dio, così anche la nostra vita è sia immersa nell’angoscia che rallegrata dalla gioia. Noi “siamo in Dio”, come diceva san Paolo, nel senso che da Lui proveniamo, e verso di Lui siamo diretti. Ma non siamo in Dio nel senso che possiamo in ogni momento rifiutare di essere in Lui: “tutto è scritto, e la libertà ci è affidata”, come dicevano gli antichi cabbalisti.
Nell’infonderci la nostra anima, Dio ci ha affidato la più grande delle responsabilità: quella di portare il nostro corpo alla salvezza anziché alla perdizione. Ci ha però anche insegnato il modo in cui farlo: lasciare che essa sia abitata sempre più da Lui, attraverso i sacramenti, l’obbedienza e la fede.I sacramenti sono la via ordinaria della grazia: e in effetti chi di noi si salverebbe senza di loro? L’obbedienza è la via ordinaria della legge: e in effetti chi si salverebbe senza il Decalogo? La fede è la via ordinaria della grazia e della legge: poiché chi di noi si salverebbe senza aver fede nella grazia e nella legge? Ma questi, che sono necessari, sono anche gli strumenti sufficienti per la nostra salvezza: Dio non ci ha esposto a un rischio così estremo senza protezione e senza addestramento, Si è anzi incarnato per proteggerci e per istruirci! Siamo dunque riconoscenti di una tale protezione e fieri per un tale addestramento, e muoviamoci sicuri, anche se prudenti,  verso Colui che ci ha meritato di incontrarLo, con il Suo essere disceso fino a noi. 
 
Carlo Suriani