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Meditazione

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La parola “meditazione” si presta a numerosi equivoci.
Per chiarirli subito, senza entrare in discorsi troppo complicati, diremo subito in che senso la usiamo. Ogni volta che ci accostiamo a un testo della Bibbia, che prestiamo attenzione ad una particolare festività dell’anno liturgico, o che semplicemente ci soffermiamo a riflettere su uno dei meravigliosi titoli mariani, quasi senza volerlo, noi entriamo in uno spirito di meditazione, e cioè di calmo assorbimento di una verità. La nostra ragione si trova allora a contatto con ciò che la trascende, ma che al tempo stesso la illumina.
Come la luce consente agli occhi di vedere, così la fede consente alla ragione di pensare.
A questa fonte inesauribile di conoscenza è bello abbeverarsi, proprio come la sete può essere placata anche da poche gocce d’acqua. Il mistero su cui ci affacciamo è talmente strabiliante, che anche soltanto posarvi gli occhi per un poco nutre e riempie. La ragione deve farsi coraggiosa, per non perdere di vista questo alimento soprannaturale. E’ autorizzata a dimenticare quasi tutto quello che sa, per poter spiccare il volo più liberamente. E’ invitata a riconoscere i suoi limiti, ad affinare i suoi strumenti, a desiderare, a sognare; è invitata a fare quello che di solito le è proibito: è chiamata a specchiarsi in un oceano senza fine e senza fondo. La vertigine che allora la coglie la rende per la prima volta cosciente di se stessa, del suo essere uno specchio perfetto, ma non più di questo. Anticamente, per questo esercizio della ragione, si preferiva il nome di mistica speculativa (a cui è dedicata un’intera rubrica su questo sito). Sembrerebbe una contraddizione in termini, associare “ciò-che-non-si-può-dire” (questo il significato letterale di “mistica”), con “ciò-che-si-pensa”, su cui si specula o si riflette; ma ciò che si pensa è proprio ciò che non si può dire, ma soltanto accennare o intravedere.
I grandi mistici speculativi (soprattutto la scuola renano-fiamminga del XIV e XV secolo) hanno teso e allargato il linguaggio, perché potesse cadervi qualche scintilla della Verità assoluta. Da allora in poi è diventato possibile quello che prima non lo era: seguire con le parole la Rivelazione di Dio agli angeli, la creazione dell’Universo, l’Alleanza, l’Incarnazione e la Redenzione, fino al Giudizio universale. Il linguaggio umano è diventato, almeno parzialmente, capace del mistero divino.
 
La meditazione che facciamo a Marta e Maria viene al termine della preghiera del cuore, quando la nostra mente è libera e il nostro corpo come asciugato del superfluo. Allora diventa facile slanciarsi sulle vette, sempre impervie, ma in quel momento quasi assolate, della riflessione razionale sui misteri di Dio. La lode e il canto sostituiscono il ragionamento, e la poesia riscopre finalmente la sua parentela con il Creatore (che in greco si dice poietès…).  
 
 
Carlo